Forse perché per anni ho studiato e cercato di capire i tenets del buddhismo tibetano, che con approcci sempre più sottili e profondi cercano di portare a una comprensione della realtà via via più aderente al suo modo di esistere in luogo del modo in cui ci appare e la percepiamo.
Forse perché ho dovuto imparare il modo di far convivere le contraddizioni che sono dentro di come un’unità organica, coerente, serena e funzionale (e lasciamelo dire non è stato un percorso lineare, e penso che non sia ancora terminato, ma di questo magari ne parleremo in un’altra occasione).
E forse perché ho sempre visto un valore aggiunto nella semplificazione: non a caso molto spesso mi ripeto “keep it simple” avendo per natura una tendenza al perfezionismo…
Ecco, per questi ed altri percorsi sono arrivato a comprendere che uno dei modi in cui posso spiegare lo Yoga è paragonandolo a una melodia.
Se pensi a una canzone, a un qualsiasi brano musicale, ciò che lo rende unico, quello che lo contraddistingue da qualsiasi altro diventando in qualche modo il suo DNA, è la sua melodia. Lo stesso brano può essere suonato con strumenti diversi: questo significa che per i diversi strumenti sarà necessario arrangiare il brano in modo differente, magari cambiando il ritmo o alcune parti della struttura musicale, ma se ascoltandolo lo riconosci significa che la melodia è rimasta la medesima. E così anche se pensiamo di cambiare tonalità a una canzone, suonandola o cantandola più “alta” o più “bassa”, in questo caso stiamo letteralmente cambiando le note che suoniamo, ma la canzone è la stessa, perché la melodia è la stessa.
Ecco, arrivando allo Yoga, possiamo allora dire che quando un praticante o un insegnante è in grado di “suonare la melodia dello Yoga”, ossia di incarnarne l’insegnamento, di respirarne i principi e viverli nel suo quotidiano senza sforzo, con naturalezza, ecco in quel caso la differenza dell’arrangiamento non modifica la melodia.
Questo significa che seguire una tradizione di Yoga piuttosto che un’altra, se la purezza dell’insegnamento è mantenuta, non fa alcuna differenza.
Nel mondo dell’Ashtanga Vinyasa Yoga, ad esempio, decade quindi l’attaccamento alla pratica delle asana con un approccio dogmatica. Non mi fraintendere, prima di arrivare ad abbracciare questa concezione sono passato per fasi molto più “puriste”, io stesso sono stato all’inizio parte dell’Ashtanga Police: un esatto numero di respiri, posizioni millimetricamente esatte – sì, il background da ingegnere meccanico mi ha portato a un’analisi molto dettagliata delle asana.
Ma adesso ho capito: se oggi in Janu Sirsasana prendi il tuo piede invece del polso, questo non sarà motivo di rallentamento nel tuo percorso di crescita verso il samadhi, la melodia non cambia.
Un approccio rigido, dottrinale, separa le persone creando delle verità cristallizzate, immutabili e divisive, anziché promuovere l’espressione e la crescita individuale. La completa espressione di sé stessi come esseri umani, deve andare oltre a metodi tradizionali e restrittivi, che possono certo essere utili, se non necessari in altre fasi del nostro percorso.
Qui si tocca, a mio parere, uno dei paradossi dell’Ashtanga Vinyasa Yoga: il principiante deve modificare il modo in cui esegue le posture, ma non ne ha la conoscenza, il praticante avanzato non necessita di modificare le posture come un principiante, ma ha acquisito la conoscenza di come modificarle.
Conoscere e suonare la melodia implica l’accettazione che altre mappe oltre a quella che stiamo seguendo possano portare allo stesso risultato, che la via della mia felicità e la via della felicità di un’altra persona possono benissimo essere diverse, che se la tua verità è diversa dalla mia questo non la rende meno vera, così come non minaccia la mia posizione. Abbracciare la melodia significa essere in grado di riconoscerla in chi esegue un arrangiamento differente dal nostro e non dire “la mia è giusta e la tua è sbagliata”.
Certo non è sempre facile, è immediato, soprattutto quando il portare avanti i passi nel nostro percorso ha richiesto tempo, energie, sforzo: è umano provare attaccamento verso il proprio percorso, verso quello che si è raggiunto. È un passo successivo comprendere che il diverso percorso degli altri non intacca ciò che abbiamo raggiunto, né il nostro valore, al massimo è un’ulteriore occasione di crescita.
Buona pratica
Om shanti







