Insegnante o Guru? Le Relazioni Parasociali nell’Ashtanga Yoga

“Alan, vieni a bere un caffè uno di questi giorni?”

Certo, perché no.

Credevo che quella persona volesse fare due chiacchiere informali, o magari chiedermi qualcosa sulla pratica yoga o sulla meditazione buddhista. Invece mi sono ritrovato in una bakery indiana, caffè in mano, a sentirmi dire quanto il nostro comune insegnante di yoga fosse bravo: “ma non solo, lui ha proprio qualcosa di più… sei d’accordo vero?”

Voglio bene al mio insegnante, sono anni che lo conosco, e ho una profonda stima per lui. Ma in quel momento ho sentito qualcosa che non mi tornava. Quella persona non stava solo condividendo la sua esperienza, stava cercando in me una conferma che la validasse. Come se credesse che il nostro insegnante avesse raggiunto chissà quale elevato livello di illuminazione, e volesse che io lo ammettessi con lui.

Ho faticato a districarmi nel riconoscere una serie di aspetti positivi senza cadere in una idealizzazione condivisa davanti a un caffè. A tratti sembrava quasi un indottrinamento: dolce, involontario, ma insistente.

Ci ho pensato a lungo dopo.

Perché mi aveva messo a disagio una conversazione in apparenza così innocente?

Non Riuscivo a Mettere a Fuoco

Inizialmente praticavo Ashtanga Vinyasa Yoga con insegnanti autorizzati o certificati secondo il lignaggio di Pattabhi Jois, portato avanti dal nipote Sharath Jois, con cui ho avuto modo di studiare. Poi mi sono allontanato dal mainstream. Perché?

Potrei divagare trovando diversi motivi: i costi elevati, la difficoltà nel trovare spazio. A quel tempo non esisteva ancora la shala gigante dello Sharath Yoga Center, e alla mezzanotte del giorno in cui aprivano le iscrizioni partiva la gara al click più veloce fra praticanti da tutto il mondo. Il server andava regolarmente in panne. Poi l’attesa della mail nei giorni successivi, che avrebbe confermato o meno l’accesso a un posto per srotolare il tappetino.

Ma forse quello che non mi tornava davvero erano le dinamiche della comunità che ruotava intorno a tutto il sistema. Non parlo delle persone in sé (molte delle quali stimo e frequento ancora), ma delle dinamiche che ho incontrato: un forte senso di appartenenza che diventava chiusura nei confronti di chi non faceva parte di quella comunità. Una difficoltà a sollevare qualsiasi critica al sistema o all’insegnante, perché si cresce anche attraverso le critiche, non credo molto all’approccio dogmatico. E poi ruoli, politica, meccanismi di potere che si intrecciavano con la pratica. Non riuscivo a mettere a fuoco quello che stavo osservando.

Non aiutava nemmeno il fatto che l’orologio in shala fosse avanti, non ricordo se di 10 o 15 minuti, un fuso orario parallelo. O il divieto di Sharath di frequentare altri insegnanti mentre si era suoi studenti.

E poi le chiacchiere con i praticanti della shala incontrati per caso, che raccontavano di come Sharath avesse detto loro qualcosa con lo sguardo durante la pratica. O la loro fede incrollabile nel fatto che riuscisse a seguire tutti e 70 e più studenti di un batch senza perderne uno. Fra un “one more, one more tall, one more short“ e l’altro. Una nota di colore: all’epoca si arrivava in shala all’orario assegnato, ci si fermava davanti alla porta e si aspettava che Sharath chiamasse una persona alla volta, man mano che qualcuno finiva la sequenza lasciando un posto libero. Per il primo turno si arrivava alle 4 del mattino, ci si sedeva a terra in fila, e la coda si allungava in strada per centinaia di metri. Mentre lo scrivo mi rendo conto che a chi non lo ha vissuto potrebbe sembrare strano.

E ancora i praticanti che venivano a Mysore solo per fare networking, per invitarsi a vicenda a fare workshop nelle rispettive shala. Ricordo uno studente che frequentava Sharath da oltre dieci anni dirmi: “a me non frega niente che lì ci sia Sharath o meno, potrebbe esserci chiunque.“

Solo anni dopo ho trovato un nome per quello che stavo osservando.

Ho Trovato Un Nome

Relazione parasociale. Il termine nasce negli anni ’50, quando due sociologi americani osservarono come il pubblico televisivo sviluppasse verso i conduttori dei programmi qualcosa che assomigliava a un legame personale. Li chiamavano per nome, parlavano di loro come di conoscenti, si sentivano in relazione con qualcuno che non aveva mai saputo della loro esistenza.

Oggi se ne parla soprattutto in relazione ai social media, agli influencer, ai content creator. Ma il fenomeno è molto più antico degli schermi. Si manifesta ovunque ci sia una figura che trasmette qualcosa a molti, e una platea che la ascolta con attenzione e frequenza: un professore, un filosofo, un terapeuta.

Non richiede internet. Non richiede nemmeno una telecamera.

Nell’Ashtanga le condizioni sono particolarmente favorevoli. La trasmissione passa attraverso il corpo: il tocco, la correzione fisica, la progressione sequenziale che richiede l’autorizzazione dell’insegnante. Quel brevissimo momento in cui qualcuno ti aggiusta nella postura non è un gesto neutro: comporta una valutazione, a volte un’autorizzazione implicita ad andare oltre. Il corpo registra tutto questo a un livello più profondo della comprensione intellettuale.

A questo si aggiunge la struttura del lignaggio: non si studia semplicemente yoga, ci si forma nella tradizione di qualcuno. Quell’appartenenza diventa parte di chi si è, non solo di come ci si muove sul tappetino.

Il risultato è un’asimmetria strutturale: lo studente costruisce internamente una rappresentazione dell’insegnante, gli attribuisce qualità, intenzioni, una vicinanza emotiva che non è mai stata verificata nell’esperienza reale. Come leggere un messaggio personale negli occhi di qualcuno che sta semplicemente guardando tutti. L’insegnante, dal canto suo, non può ricambiare individualmente, non è indifferenza, è semplicemente aritmetica. Quando gli studenti diventano centinaia, se non migliaia, la relazione cambia natura anche se in superficie sembra cambiare solo la dimensione.

E quando molte persone condividono la stessa relazione con una figura, succede qualcosa di ulteriore: appartenere al gruppo di chi segue quell’insegnante diventa esso stesso una fonte di identità. Non si tratta più solo di imparare da X, ma di essere tra quelli che seguono X. Con tutto quello che ne consegue.

Non è Cambiato il Mondo, Sono Cambiato Io

Ho continuato a portare avanti e condividere la mia pratica, e ho avuto il buon karma di incontrare insegnanti più che validi al di fuori del mainstream. Dal 2017 studio con il mio insegnante principale.

Ho visto le cose cambiare intorno a me con occhi diversi. Ad esempio, dopo la morte di Sharath ho osservato diverse cose succedere.

La prima stagione, Sharath è mancato circa un mese prima dell’inizio, la maggior parte dei suoi studenti che avevano già organizzato il loro tempo sono venuti a Mysore lo stesso. Molti sono rimasti in shala a fare self practice, senza un insegnante. Poi si sono succeduti gli studenti più anziani ad assistere, inizialmente in maniera non strutturata. L’anno successivo la cosa ha cominciato a prendere contorni più definiti: mi hanno raccontato di come si stia cercando di creare dei criteri per dare le autorizzazioni a insegnare, un curriculum strutturato. Prima tutto era nelle mani del solo Sharath, che decideva chi, come e perché le autorizzazioni venivano date o rimosse.

In quella prima stagione ho incontrato diverse persone con una storia simile fra loro: erano venute a Mysore per la prima volta proprio per praticare con Sharath, e non avevano fatto in tempo. Ricordo in particolare una donna che mi disse: “sono venuta per incontrare il mio guru e non ho fatto in tempo.” Guru: una parola che nella tradizione indiana porta con sé un peso enorme, un legame spirituale profondo che va ben oltre quello con un semplice insegnante. Senza averlo mai incontrato. Mi domando se non fosse già un rapporto asimmetrico, costruito a distanza.

In quella stessa stagione i praticanti che facevano self practice in shala hanno pagato la quota intera. Alcuni non si sono trovati d’accordo e se ne sono andati, non solo per una questione economica: era una domanda più profonda su cosa stessero cercando e dove cercarlo. Qualcuno mi ha detto, e mi trovo concorde: “avrebbero potuto chiedere solo un’offerta, probabilmente avrebbero ottenuto lo stesso numero di versamenti.”

È stato come se un grande albero fosse caduto. Adesso la luce arrivava ad altre piante che prima non venivano raggiunte. Insegnanti validi avevano più spazio per farsi strada e crescere.

Ho continuato a osservare il fenomeno nelle comunità che frequentavo. Ho visto nascere gruppi di praticanti con una forte identità collettiva, la “tribù”. Ho visto aumentare in maniera prima aritmetica e poi geometrica il numero di studenti, e con esso il bisogno sempre più diffuso di sentirsi visti individualmente da un insegnante che inevitabilmente aveva sempre meno spazio per farlo. Ho incontrato studenti che mi esprimevano esplicitamente quel desiderio. Lo riconosco come un sintomo naturale della relazione parasociale: quando il numero di studenti cresce, cresce anche il bisogno di sentirsi visti individualmente, e quello spazio diventa inevitabilmente più difficile da colmare. Lo vedevo mentre accadeva, in tempo reale.

Mi sono chiesto cosa farei io se mi trovassi in quella situazione, con un numero di studenti in crescita costante. Al momento non ho una risposta.

Nessun Cattivo Nella Storia

Una caratteristica importante di questo fenomeno è che non è necessariamente legato alla presenza di un’intenzione malevola da parte dell’insegnante, né a un gruppo di persone ingenue o incapaci di porre critiche costruttive al loro percorso. Anzi, forse un fattore fondamentale affinché questa dinamica relazionale si sviluppi, almeno all’inizio, è proprio la qualità dell’insegnante. Un insegnante mediocre viene criticato. Uno bravo viene protetto.

La dinamica può emergere come effetto collaterale di una struttura relazionale che nessuno ha progettato. Concretamente: l’insegnante riceve segnali che sembrano positivi, nessuno porta obiezioni reali, il consenso appare unanime. Non perché qualcuno lo stia orchestrando, ma perché il gruppo, senza rendersene conto, tende a filtrare le voci critiche. Quel silenzio può essere facilmente scambiato per accordo genuino, diventando nella percezione di chi insegna prova di consenso.

Un aspetto particolarmente insidioso è proprio questo: non c’è un responsabile identificabile, eppure né lo studente né l’insegnante stanno necessariamente vedendo tutti gli aspetti della relazione per quello che è davvero.

È Negativo?

La risposta onesta è: dipende da cosa ne viene fatto.

L’idealizzazione ha una funzione. Apre uno spazio di fiducia che rende possibile un apprendimento più profondo. Chi idealizza il proprio insegnante spesso impara con più attenzione, più dedizione, più disponibilità al cambiamento. Pretendere che la relazione didattica sia sempre perfettamente simmetrica e priva di proiezioni sarebbe irrealistico, e probabilmente impoverirebbe l’esperienza stessa della pratica.

Diventa problematica quando si irrigidisce, quando smette di essere uno strumento e diventa un fine. Per lo studente, quando l’identificazione con la figura sostituisce il pensiero autonomo. Per l’insegnante, quando il seguito diventa una risorsa da gestire più che una responsabilità da onorare.

La domanda non è se il fenomeno esista, esiste sempre. La domanda è come lo si abita.

Come Abitarlo, La Consapevolezza

Riconoscere la presenza e la struttura del fenomeno è il primo passo. Non annulla le dinamiche, ma crea una distanza che permette di navigarle con più lucidità.

Dal lato dello studente, l’invito è a sviluppare nel tempo una capacità di discriminazione: distinguere tra l’entusiasmo fondato su un incontro reale e quello che è costruzione interna, e tra l’insegnante e l’insegnamento, ricordando che il primo è un tramite per il secondo.

Nello Yoga parliamo di sviluppare viveka, la capacità di discernimento, di discriminare fra ciò che appare e ciò che realmente è. Raramente nasce subito, si affina con il tempo, se il contesto la favorisce.

Come studenti abbiamo la responsabilità di fare il miglior uso possibile del nostro tempo con il nostro insegnante al fine di sviluppare la nostra pratica.

Dal lato dell’insegnante, la consapevolezza richiede qualcosa di più difficile: rinunciare a parte del potere che il fenomeno offre. Non modulare la vicinanza percepita per tenere il gruppo coeso. Cercare attivamente il feedback critico invece di aspettarlo. E soprattutto creare le condizioni perché chi impara sviluppi progressivamente autonomia, anche a costo di perdere qualche seguace lungo la strada.

Un buon insegnante, in questo senso, dovrebbe lavorare per rendere se stesso superfluo, allo stesso modo in cui un genitore sarà sempre presente per il proprio figlio per cui auspica però l’indipendenza.

In fondo lo stesso Buddha chiedeva che le sue parole non venissero accettate solo perché le aveva dette lui, ma voleva che i suoi discepoli le verificassero per se stessi:

O monaci e dotti
proprio come l’oro viene bruciato, tagliato e strofinato,
esaminate attentamente le mie parole
e non accettatele semplicemente per rispetto.
Tattvasaṃgraha

E ancora, nel Buddhismo Tibetano, ho incontrato un gesto che ricorda come l’insegnante sia solo un mezzo, per quanto fondamentale, per il passaggio della conoscenza. Prima di trasmettere gli insegnamenti buddhisti, il maestro fa tre prostrazioni. Non agli studenti, ma al Dharma, alla verità che sta per veicolare. È un gesto che ricorda a tutti, maestro compreso, che l’insegnamento è più grande di chi lo trasmette.

Sul piano collettivo, forse il rischio più concreto: una comunità che non riesce a mettere in discussione la sua figura centrale ha già smesso, in qualche misura, di imparare da lei. Il gruppo si chiude, il dissenso diventa costoso, l’appartenenza si trasforma in identità. Non è più solo una relazione con un insegnante, è una visione del mondo condivisa e dogmatica, che non ammette incrinature.

Creare le condizioni perché il dissenso sia possibile non è un esercizio formale, ma una pratica che richiede intenzione costante, da parte di tutti.

Ritorno al Caffè

Quella conversazione in una bakery indiana, con un caffè in mano, mi ha fatto capire che stavo assistendo a qualcosa che avevo già incontrato. L’avevo visto nella coda alle 4 del mattino davanti alla shala. Lo avevo sentito nelle chiacchiere su quello che Sharath aveva comunicato con uno sguardo. Lo avevo letto nel messaggio di una donna che era venuta a Mysore per incontrare il suo guru senza averlomai incontrato. Lo vedevo nascere nelle comunità intorno a me.

Non stavo giudicando nessuno. Stavo riconoscendo una struttura.

Quella persona al caffè non stava facendo nulla di sbagliato. Stava vivendo qualcosa di reale, qualcosa che molti di noi hanno vissuto o stanno vivendo. La domanda non è se il fenomeno esista, esiste sempre, intorno a chiunque insegni con dedizione e qualità. La domanda è se lo abitiamo con consapevolezza o no.

Io continuo a farmi quella domanda. Anche su me stesso, come insegnante.

Nota Finale

Questo è uno degli aspetti di una pratica molto più articolata di quanto spesso appaia. L’Ashtanga Vinyasa Yoga, non dimentichiamolo, è Ashtanga Yoga, ed è Yoga, non solo una serie di posture da fotografare per Instagram.

Per chi volesse approfondire la relazione parasociale oltre quello che abbiamo esplorato qui, ho sviluppato una riflessione più estesa, puoi scaricare il PDF a questo link

Buona pratica
Om Shanti

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