L’altra mattina un ragazzo che pratica da tempo in shala a Mysore faceva un rumore talmente forte durante l’espirazione che non solo lo si sentiva da qualche tappetino di distanza — sono andato in bagno e lo sentivo anche da lì. Considera che la shala è al secondo piano e il bagno al pian terreno. Praticamente una pentola a pressione che sfiata.
Ho sentito del paragone tra il respiro durante la pratica e quello di Darth Vader, ma temo che la cosa stia un po’ sfuggendo di mano…sarà il lato oscuro della forza.
Un primo punto su cui tutti concordano: durante la pratica la bocca va tenuta chiusa e si respira sempre con il naso. Sembra poco, ma è fondamentale.
Ujjayi Pranayama e Ujjayi della Pratica: Non è la Stessa Cosa
Già sento la risposta alla domanda nel titolo: “ujjayi, ujjayi pranayama!” Sono d’accordo, ma occorre fare delle precisazioni.
La respirazione ujjayi si caratterizza da una gentile contrazione della glottide che produce un leggero sibilo in inspirazione ed espirazione. Un modo semplice per trovarla: immagina di appannare uno specchio espirando a bocca aperta, poi chiudi la bocca e continua a espirare dal naso.
Detto questo, il respiro ujjayi della pratica asana non è un ujjayi pranayama. Quando parliamo di pranayama a rigore parliamo di tecniche che includono la ritenzione del respiro (kumbhaka) — molti testi tradizionali parlano proprio di tecniche di kumbhaka più che di pranayama. Ma anche sul piano del corpo fisico ci sono differenze sostanziali.
L’ujjayi pranayama ha un effetto calmante sul sistema nervoso: stimola il nervo vago attraverso il suono, e attiva il parasimpatico allungando l’espirazione rispetto all’inspirazione.
Nella pratica asana Ashtanga lo scopo è diverso: vogliamo mantenere il sistema nervoso in uno stato di equilibrio fra attivazione e controllo per sostenere una pratica fisica dinamica. Questo si traduce nel mantenere inspirazione ed espirazione tendenzialmente della stessa durata. Ho detto tendenzialmente perché possiamo sempre modulare — allungare l’espirazione dopo le inversioni, per esempio, per rallentare il battito cardiaco.
Ecco perché un rumore eccessivo durante la pratica è un segnale di sovraeccitazione del sistema nervoso. Non è un caso se il ragazzo della pentola a pressione ha una muscolatura molto sviluppata e rigida: nella sua pratica la componente di “lotta” con la postura è spesso preponderante rispetto all’arrendevolezza. È una fase normale — tutti cominciamo dal corpo fisico per poi andare più in profondità.
Cosa Dice La Tradizione?
Se cerchiamo un’indicazione chiara dal lignaggio, la situazione è meno lineare di quanto si pensi. L’indicazione iniziale verso l’ujjayi pranayama era probabilmente legata a una incomprensione con Pattabhi Jois, che aveva una padronanza limitata dell’inglese. Successivamente Sharath Jois ha chiarito il punto durante le sue conferenze: durante la pratica la respirazione è libera e sonora.
A confermare questo, Yoga Mala — testo del fondatore dell’Ashtanga Vinyasa Yoga — non menziona mai ujjayi pranayama durante la pratica asana, facendo solo riferimento a puraka e rechaka (inspirazione ed espirazione) senza mai usare kumbhaka.
FOR ALL THE ASANAS, THE DETAILS OF THEIR BREATHING AND VINYASA methods, as well as of how to remain in their states in accordance with the vinyasa method, have to be learned from a Guru. Whatever my descriptions here, there will always be a difference in the actual method of a practice. For the convenience of the reader and aspirants, however, I have tried to be as descriptive as possible.
Come Respirare: La Meccanica
Entrambe le forme di ujjayi si basano su un respiro diaframmatico integrato: il diaframma guida, ma il torace partecipa anche grazie alla leggera contrazione dei muscoli del core — Uddiyana Bandha e Mula Bandha sono attivi, la parte bassa della pancia è contenuta e non si espande.
Ridurlo a “respirazione addominale” è una semplificazione che rompe l’equilibrio: gonfiare solo la pancia non funziona. Il respiro efficace è tridimensionale, fluido, senza sforzo.
Gli errori più comuni nella pratica: suono troppo forte (segno di tensione, non di controllo), glottide forzata (la restrizione avviene in modo graduale e naturale: si tratta più di portare consapevolezza nell’area fare attivamente qualcosa), ritmo scollegato dal movimento, e soprattutto micro-trattenimenti del respiro inconsci nelle posture difficili.
Il punto non è “fare ujjayi” ma lasciare che si manifesti e comprendere come usarlo. Quando il respiro è stabile, silenziosamente regolato e senza sforzo, sta svolgendo la sua funzione. Quando diventa rumoroso, rigido o esibito, ha già perso la sua direzione.
Il Respiro Come Pratica
Nella pratica asana il respiro ujjayi è lungo, interno, leggero, non protagonista. Il suono è un effetto secondario, non lo scopo. Serve ad ancorare l’attenzione, un punto di riferimento interno, non un’esibizione. Quando ti senti respirare, significa che stai ascoltando verso l’interno.
Ho praticato kung fu, tai chi chuan e chi kung per otto anni — da lì l’attenzione al respiro è sempre stata presente. Poi Hatha Yoga più tradizionale, e infine l’Ashtanga. Quando sono arrivato all’Ashtanga il respiro era già il punto di partenza su cui costruire tutto il resto.
Nella mia pratica quotidiana so che a volte il respiro si modifica: una leggera ritenzione durante un jump through che passa per un handstand può aiutarmi a stabilizzare, allungare l’espirazione dopo le inversioni rallenta il battito. Questa è l’espressione naturale della mia pratica — non forzata o dogmatica, imparata dagli insegnanti e dallo studio, affinata ascoltando me stesso dentro e fuori dal tappetino.
Le indicazioni di questo articolo sono la bussola. Il percorso rimane il tuo da percorrere.
Buona pratica
Om shanti








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