Ogni anno con i cambi di stagione arrivano le stesse domande: mi sento tornata indietro, non riesco a fare quello che facevo due mesi fa, ho troppi giorni no. Parliamo delle stagioni dell’Ashtanga.
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Come Cambia la Pratica Ashtanga in Primavera
Quando l’inverno arriva al suo termine e inizia la primavera c’è un passaggio di stagione anche per la pratica, anche per il corpo sul tappetino. La pratica invernale spesso richiede una preparazione più lunga per evitare di farsi male e per toccare profondità e intensità maggiori a livello fisico — è una pratica diversa.
Il corpo si scioglie. Quando il clima smette di essere severo con le dita sul tappetino, come un rigido insegnante pronto a bacchettarle con il righello, il mio corpo comincia ad aprirsi con più spontaneità, quasi con desiderio. La fase di riscaldamento sul tappetino è più fluida e organica, fin dai primi saluti al sole; una leggera sudorazione — spesso assente nel rigoroso inverno — si ripresenta a testimoniare che il corpo è in temperatura ottimale.
L’ujjayi che durante l’inverno è stato compagno fondamentale per mantenere il corpo caldo, per permettere ai muscoli di scaldarsi dall’interno, adesso si fa più leggero, ad accompagnare una pratica che pur apparendo più energetica richiede in realtà meno sforzo fisico.
Ma le stagioni dell’Ashtanga vanno oltre il meteo: ci sono giorni no, regressioni, cambi di ritmo — e ognuno di questi è una stagione a sé.
I Giorni No nell’Ashtanga: Cosa Sono Davvero
Tutti abbiamo dei giorni no, ma non tutti li trattiamo nello stesso modo. La reazione spontanea è quella di volerli allontanare, come se fossero necessariamente qualcosa di negativo e rifuggirli fosse un’opzione. Eppure, nella mia esperienza, quei giorni sono stati spesso fra i più preziosi.
Nei giorni no qualcosa di noi non collabora, si creano ostacoli e attrito nel salire sul tappetino, vediamo le quattro cause principali e come affrontarle:
Pigrizia: Fidati del Processo
I giorni in cui sono salito sul tappetino anche se non ne avevo voglia, per nessun motivo specifico, semplice inerzia ad alzarmi dal letto: in quei giorni ho imparato a fare un respiro dopo l’altro, un saluto al sole alla volta, ad affidarmi al processo senza aggrapparmi a un risultato certo. Una volta ridotto l’attrito alla partenza, il risultato è solitamente quello di una pallina che rotola su un piano inclinato acquistando via via sempre più velocità.
Fisico Non al 100%: Modificare la Tua Pratica Ashtanga
Altri giorni, in cui le energie sono inferiori e il corpo non è al 100% — una nottata in bianco, un leggero malessere fisico — sono state occasioni in cui ho imparato a praticare modificando alcune asana o, se necessario, riducendone il numero.
Poco Tempo per Praticare: Serie Ashtanga Ristrette
Ci sono i giorni in cui non c’è sufficiente tempo per una pratica completa sul tappetino — magari sto viaggiando, oppure ho una serie di appuntamenti che non posso modificare. Sono occasioni per ricordarmi che la mia pratica non consiste nel rendere il mio corpo più flessibile, ma nel rendere la mia mente più capace di adattarsi, lasciando andare senza aggrapparsi ad aspettative non realistiche. Se oggi non ho due ore per praticare ma solo 45 minuti la mia pratica sarà ridotta a 45 minuti, semplice ed efficace, negli anni ho capito come fare e ho sviluppato versioni ristrette delle serie per queste occasioni.
Mente Non al 100%: Ridurre l’Attrito e Workshop Personali
Infine ci sono i giorni in cui la mente non aiuta, quelli in cui fra il momento del risveglio e il momento in cui mettiamo il piede sul tappetino si infila a gamba tesa il resto della giornata che pretende la nostra attenzione. In quei casi tornare con la mente alla pratica non è sempre facile; il mio primo approccio è, come nel caso della pigrizia, cominciare gentilmente, un respiro alla volta, un saluto al sole dopo l’altro. A volte affidarmi al processo è sufficiente, altre ho bisogno di qualcosa di più coinvolgente: sono spesso i momenti in cui approfondisco alcune famiglie di posture con approcci diversi, dedicando la pratica a ciò che risulta più in sintonia con me stesso in quel momento. Elimino gli attriti mentali affinché la pratica possa fluire e finisco a volte per fare una lunga sessione di indagine sul backbending, sull’handstand, o magari sulle torsioni della colonna, passando per tutte le posture dalla prima alla quarta serie.
I giorni no sono quelli in cui si porta sempre a casa qualcosa — il solo presentarsi alla propria pratica è un successo. Non importa se in ritardo, non importa se il tempo e le asana sono di meno, non importa se ci sono imprecisioni e si perde il respiro. Nei giorni no, se sei presente a te stessa, se sali sul tappetino anche solo per fare i saluti al sole, hai avuto la consapevolezza che la tua mente sarebbe voluta andare altrove e gentilmente l’hai riportata sulla strada corretta — non con un rimprovero, ma accompagnandola per mano verso casa. Esattamente come nella meditazione sul respiro: il momento in cui ti rendi conto di aver perso la concentrazione è anche il momento in cui sai dove sei e sai dove devi andare: riscopri e rinforzi le tue intenzioni, la base e il motore delle tue azioni.
Giorni No o Stop Vero: Come Capire la Differenza
Come distinguere fra i giorni no e quelli in cui lasciare il tappetino arrotolato? Di per sé questa dovrebbe essere parte della tua pratica: essere in grado di ascoltarti e capire quale sia la scelta giusta per te. Nel mio caso sono rari i giorni in cui non dedico del tempo alla pratica asana, ma ci sono: a volte sono in viaggio, altre volte ho l’influenza, o si verificano condizioni al di fuori del mio controllo che mi costringono ad adattarmi.
Se è il tuo corpo che sta creando dubbi, il mio consiglio è comprendere che ci sono fondamentalmente due modi di praticare scorrettamente le asana: troppo e troppo poco. Se lavori oltre i tuoi limiti, magari trascurando un infortunio, quella è la ricetta ideale per farti male o per non far guarire l’infortunio in corso. Se invece pratichi al di sotto dei tuoi limiti non stai praticando in sicurezza, stai investendo male il tuo tempo — un po’ come andare a comprare le mele al mercato sotto casa con una Ferrari Testarossa: a piedi faresti prima e non avresti il problema di trovare parcheggio.
La tua pratica dovrebbe nascere come forma di amore verso te stessa. Non saltare la pratica perché è tardi e non riusciresti a fare tutta la serie, per poi sentirti in colpa — hai mai sentito parlare di ahimsa? Amati e prenditi cura di te stessa: è la tua pratica, accorciala se necessario, non è un problema. La pratica non è solo sul tappetino, quello è solo una sua manifestazione — e lascia che ti dica: la manifestazione più facile.
Adattare la pratica per incontrarti dove sei è intelligenza, non debolezza. Ma c’è una differenza tra modificare una sessione e cambiare la routine: la struttura della pratica va mantenuta, è quella che nel tempo ti porta dove vuoi andare. La struttura è la melodia, e la melodia non si cambia.
La Progressione e la Regressione nella Pratica
Così come ci sono i giorni no e i cambi di stagione, ci sono anche i cambi della nostra stagione personale, il nostro ritmo di vita e il nostro progresso nella pratica. Il progresso non è sempre lineare; possono esserci momenti in cui sembra di essere tornati indietro. Le asana per loro natura sono uno specchio dell’impermanenza delle cose: solo perché hai imparato a fare handstand non significa che tutti i giorni potrai aspettarti di eseguirlo con la stessa facilità. Magari a volte, anche per periodi, non riuscirai a eseguire una postura come eri abituata, o la leggerezza nei vinyasa scompare senza preavviso. La tua pratica non sta tornando indietro — può sembrare una regressione dall’esterno, ma come reagisci a questo fatto? Se ritieni che la tua pratica stia tornando indietro solo perché non è esteticamente performante come lo era qualche mese fa, rischi di valutare l’abilità di un pesce dalla sua capacità di scalare un albero.
Il modo di leggere le diverse dimensioni della progressione nella pratica cambia quando la pratica si radica nel tempo, negli anni, quando la prossima asana della serie non è un obiettivo della pratica ma un effetto secondario ad essa collegato. Un po’ come il praticare asana per perdere peso: è vero, la pratica asana può fra perdere peso, ma è un effetto collaterale, non l’obiettivo. Se qualcuno ti chiedesse come procede la tua pratica, suonerebbe strano rispondere “ho perso 2 kg lo scorso mese.”
Ashtanga per Tutta la Vita: le Stagioni del Corpo
Ogni passo che percorriamo nella nostra vita, per quanto piccolo, lascia una traccia. Il nostro corpo racconta la storia del nostro percorso. Ho praticato nei miei trenta, nei miei quaranta e da poco ho iniziato i miei cinquanta anni — le cose cambiano, il corpo segue il suo calendario.
Quando la pratica diventa una pratica per la vita cambiano i riferimenti e le misure. I giorni no e gli ostacoli che prima vedevo infastidito come situazioni che avrei evitato sono diventati momenti di crescita. Anche se a volte spiacevoli, hanno un significato, un valore ed un posto ben preciso. Condividere la shala con persone flessibili che concludono le quattro serie in cinque anni o poco più (ci sono un sacco di ex ballerine che hanno iniziato a praticare Ashtanga negli ultimi anni), sapere di essere a cinquant’anni nella prima metà della quarta serie — chissà se mai la concluderò — tutto questo non è di rilievo.
La stagione può cambiare fuori, ma il cammino interiore rimane costante. La prossima volta che sali sul tappetino in un giorno no, chiediti: è inverno o è primavera? La risposta cambia tutto.
Buona pratica
Om shanti







