L’Ashtanga non è solo asana, anche se è innegabile che la pratica quotidiana sul tappetino ne sia una parte fondante: un po’ come dire che non sei solo il tuo corpo, ma prova a vivere senza. Vale allora la pena di fermarsi un momento e domandarsi: che cosa vuol dire praticare asana correttamente? Scopriamolo per esclusione. Ci sono due modi di praticare asana in maniera scorretta: troppo e troppo poco.
Per capirlo meglio, pensiamo all’analogia con il modo con cui funzionano le medicine. Hai mai preso un antibiotico? Affinché possa lavorare nella sua zona di efficacia, devi assumerlo seguendo una posologia: un certo numero di pastiglie per un determinato numero di giorni. Immaginiamo che il dottore dica che devi prendere due pastiglie al giorno per cinque giorni. Se decidi di prendere le pastiglie solo per tre giorni, o di continuare la cura oltre i cinque giorni, stai facendo lavorare il medicinale al di fuori della finestra terapeutica: nel primo caso non è efficace e nel secondo ti stai intossicando.
Se ci pensi, questo stesso principio vale per tutte le cose che hanno la potenzialità di apportare delle modifiche al tuo corpo, e non solo: il cibo che mangi, la quantità di episodi della tua serie preferita che guardi di seguito, e, tornando a quello di cui stiamo parlando, le asana. Praticare asana fa bene, ma solo se questo avviene all’interno della zona di efficacia della propria pratica. Bene, ci siamo. Si tratta di capire qual è la zona di efficacia della tua pratica. Un buon punto di partenza è farsi aiutare da Patanjali, che in un singolo verso dello Yogasutra ha scritto “la postura deve essere stabile e confortevole” (sthira-sukham-āsanam, sutra 46 del Sadhana Pada). Quotidianamente, salendo sul tappetino, cerchi di risvegliare il tuo corpo e di portarlo a lavorare al massimo della sua espressione di quel giorno. Non ascoltare il proprio corpo e pensare di fare un piegamento in avanti con l’aspettativa di arrivare a toccare gli stinchi con il mento in un giorno in cui questo non ti viene concesso dal tuo corpo, tirando i muscoli delle cosce e spingendo giù il mento, magari anche arrotondando la colonna vertebrale: ecco questa è un’intossicazione da asana, stai seguendo la posologia per un infortunio. Al contrario, se non arrivi a praticare le posture fino in fondo, se tieni i gomiti piegati in utkatasana, o la gamba davanti in virabhadrasana II troppo alta, allora stai lavorando al di sotto della zona di efficacia: non ti fai male, ma serve a poco o nulla. Attenzione, non sto dicendo quando stai modificando delle asana perché ne hai necessità in quel momento, ma quando le abbozzi senza motivo e come abitudine di cui non sei nemmeno conscia.
Praticare nella tua zona di efficacia significa una cosa sopra tutte: devi essere presente alla tua pratica, e questo di per sé è la ricetta completa per una pratica corretta, in cui le asana diventano uno strumento di ascolto di se stessi nel laboratorio della shala. Questo approccio è uno dei motivi per cui credo che lo stile Mysore nella pratica yoga, quando il praticante segue il ritmo del proprio respiro, sia l’unico modo di praticare asana e non solo ginnastica (senza nulla togliere alla ginnastica).
Qualche tempo fa, durante una lezione, ho sentito una praticante sussurrare a se stessa in Prasarita C, “oggi mi fa più male del solito” riferendosi alla sua spalla. Abbiamo chiarito che non si trattasse di “male o dolore”, ma di una intensità legata al raggiungimento della zona di lavoro al limite del range di movimento – e ovviamente rivisto gli allineamenti per eseguire la postura in sicurezza: nel suo caso portando l’enfasi sugli ischiocrurali e sulla catena posteriore. Il mio invito è stato quello di proseguire la pratica ascoltando il suo corpo e cercando tre parole per definire tre fasi che avrebbe incontrato: una di movimento al di sotto della zona di efficacia, una nella zona di efficacia e una nel momento in cui dovesse sentire che sta andando oltre al limite della zona di efficacia, quello che dovrebbe essere il “sentire male” che non si dovrebbe raggiungere. Ho trovato questo esercizio utile per focalizzare sull’ascolto del momento presente, perché essere coscienti della propria pratica non è opzionale, è la pratica.
Quindi, come si pratica correttamente? Il giusto.
Impara a riconoscere i tre livelli – troppo, troppo poco, adeguato – e avrai uno strumento concreto per orientare la tua pratica.
E tu? Quali sono le tre parole che useresti per questi stadi della tua pratica? Ne sei consapevole?
Buona pratica
Om shanti








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Alan